ACAB: Stefano Sollima porta al cinema l’oltraggio alla Polizia

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Chi fa comunicazione, sia egli un giornalista, un regista o uno scrittore, deve necessariamente rendersi conto che la sua opera – di scarso o elevato pregio – ha inevitabilmente delle ricadute dirette sul suo pubblico e, quindi, sulla società civile. E, così, nell’ideare e realizzare il frutto del suo ingegno, è tenuto ad evitare di trasferire agli utenti un messaggio che possa diventare “pericoloso” per la comunità.

Non si può, quindi, sacrificare l’etica, la morale e la legge in nome del successo e dell’audience, perché altrimenti si smette di essere “artisti” per divenire semplici commercianti, pronti a danneggiare la società al solo scopo di aumentare il profitto. E lo Stato, senza voler in alcun modo giustificare la censura, è tenuto a tutelarsi dall’eventualità che una presunta opera d’ingengo possa in alcun modo mettere in pericolo la sicurezza dei suoi cittadini.

Alle fondamenta dello Stato vi è infatti un patto di sicurezza, in cui i cittadini rimettono nelle mani dello Stato parte della propria libertà (di azione, di espressione e probabilmente anche di pensiero) per ottenere in cambio sicurezza. Lo Stato, di contro, è tenuto a garantire la sicurezza dei propri cittadini anche quando questo comporta limitarne la libertà.

Sicurezza sarà un termine che ricorrerà spesso nel mio articolo perché proprio dalla visione di un film che dovrebbe parlare di sicurezza sono nate queste mie riflessioni sulla responsabilità civile di chi, come me, fa comunicazione. Ma soprattutto perché ACAB, il film di Stefano Sollima attualmente nelle sale cinematografiche, rischia di avere gravi ripercussioni sulla sicurezza pubblica.

Occupandomi io di Attualità ed Economia e non di Spettacolo, non sono corso al cinema per recensire il film, ma – dopo averlo visto per interesse personale – non ho potuto fare a meno di chiedere ai colleghi della redazione “Intrattenimento” di darmi la possibilità di spiegare le paure civiche che sono sorte in me dopo aver visto un film denigratorio nei confronti delle Forze dell’Ordine.

ACAB All cops are bastards

Stefano Sollima, già noto come regista della fiction “Romanzo Criminale” sulla Banda della Magliana, ha innanzitutto esageratamente caricato la figura di questi tre poliziotti (scopri qui tutto il cast), tutti provenienti da sobborghi urbani con gravi problemi sociali e psicologici, ma soprattutto tutti con un credo politico estremo ed addirittura illegale (ricordo che l’apologia del fascismo è reato) che si sentono investiti del compito di portare giustizia nel loro Paese, senza però riconoscere la giustizia nelle regole stabilite dallo Stato. Rappresentanti dello Stato che, però, non solo sono in rotta di collisione con esso, ma addirittura si assurgono ad una posizione superiore rispetto a quella dello Stato stesso.

Anche nella descrizione psicofisica i quattro antieroi sono descritti in modo eccessivo e palesemente irreale, con tatuaggi di ispirazione nazi-fascista, fisico da picchiatore e soprattutto modi di fare incredibilmente camerateschi, fino a sfociare nel banditismo. Quando a Cobra, Negro, Mazinga si aggiunge anche Adriano lo costringono ad esempio a superare prove di forza e di coraggio tipiche più della associazioni terroristiche o mafiose.

La differenza tra poliziotti e criminali sembra quindi essere soltanto una sottile, anche se pesante, divisa, utilizzata però in modo criminoso dai tre protagonisti, che la sfruttano esclusivamente per sfogare le repressioni accumulate da una vita degradata e per raggiungere un obiettivo ben lontano da quello che dovrebbe essere dello Stato che rappresentano.

Sollima non descrive Cobra, Negro, Mazinga e Adriano come una “scheggia impazziata” all’interno di un sistema funzionanante e, infatti, quando quest’ultimo si convince a denunciare il comportamento illegale dei suoi colleghi, non viene visto come un giusto servitore dello Stato da tutti gli altri poliziotti, ma anzi come un infame. Il presunto regista sta quindi confermando allo spettatore che “tutti i poliziotti sono bastardi”.
E lo stesso Adriano, il giovane agente entrato a far parte del gruppo degli ACAB, che alla fine decidere di schierarsi dalla parte dello Stato, risulta essere un violento, pronto a sfruttare la divisa che indossa per trovare uno sfogo ai soprusi che subisce quotidianamente.

Mi aspettavo, almeno alla fine dei titoli di coda, di poter leggere sullo schermo, che diventa anch’esso squallido per le immagini che ha mandato in onda: “dedicato a tutti i rappresentati onesti delle Forze dell’Ordine”, ma le mie speranze vengono disattese e le mia paure civili ancora più alimentate.

Secondo Stefano Sollima e Daniele Cesarano, Barbara Petronio, Leonardo Valenti, che ne hanno scritto la sceneggiatura, i poliziotti sono tutti dei bastardi e non importa che tanti, forse troppi di essi, sono morti nell’adempimento del proprio dovere, nel disperato tentativo di onorare la propria divisa.

Non importa nemmeno che ci siano migliaia di poliziotti, più o meno motivati, che svolgano onestamente il proprio lavoro, rischiando la vita tutti i giorni per le strade delle nostre città. Costoro hanno scelto o si sono trovati ad indossare una divisa e solo per questo – secondo l’opinione che Sollima e gli altri fanno passare dal film – meritano di essere definiti “bastardi”.

ACAB non ha inoltre affrontato, se non di sfuggita evitando di farvi concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica, le responsabilità politiche della maggior parte degli scontri che avvengono tra Polizia (non tra poliziotti, è diverso!) e manifestanti. Sarebbe, probabilmente, diventato difficile ruscire a trovare la possibilità di produrre un film senza l’appoggio di chi amministra la “cosa pubblica”: mi ha sorpreso vedere che un film potenzialmente dannoso per lo Stato sia stato coprodotto dalla Rai e, quindi, involontariamente da tutti i cittadini.

Non credo, infine, che sia sufficiente inserire superficiali e sporadici riferimenti all’attualità per rendere un film opera di alto valore storico, come annunciato alla fine della proiezione.

Blac block contro la Polizia

La responsabilità civile con cui Sollima e gli altri dovranno fare i conti e quelle di aver trasmesso allo spettatore un’immagine talmente negativa di tutti i poliziotti ed ora sarà difficile per la Polizia recuperare l’immagine che sin dal 1981 (anno della smilitarizzazione) ha tentato, nonostante i molteplici ostacoli, di crearsi. E dopo aver visto ACAB, chiunque, soprattutto i più giovani, si sentiranno autorizzati a non rispettare gli agenti, ma nemmeno lo Stato che essi rappresentanto, perché partiranno dalla convinzione di avere a che fare con un nemico e non con un difensore dei diritti. Poco importa che la maggiornaza dei poliziotti vada in ordine pubblico proprio con l’intento di garantire il diritto di manifestare, sancito dalla Costituzione, dei cittadini.

Guarda qui tutte le foto dei poliziotti “bastardi”.

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Mar 14/02/2012 da Fabrizio Capecelatro in

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