La storia di Amin, giovane regista minacciato dai talebani

La storia di un giovane regista afghano Mohammad Amin Wahidi: venuto mesi fa in Italia per presentare il suo cortometraggio alla Mostra del Cinema di Venezia e al Milano Film Festival. Poi di colpo profugo, “un uomo morto che cammina”, secondo la fatwa che i talebani hanno ordinato nei suoi confronti.
Amin è un giornalista di una televisione indipendente di Kabul, Ariana Television Network, che si batte per i diritti umani e per la democrazia nel suo Paese. Ha presentato ai festival di Milano e Venezia un cortometraggio, Treasure in the ruins, che racconta la storia di una bimba afgana che si mette alla ricerca di un tesoro nascosto, ma trova solo rovine, orrore e distruzione. Proprio mentre si trovava a Milano, pochi giorni prima del suo ritorno a Kabul, Amin, racconta nel suo blog, riceve una mail che lo avverte che i talebani avevano ordinato la sua morte. “Ero già stato minacciato dagli estremisti varie volte, per il contenuto dei miei servizi radiofonici e televisivi, ma non ci volevo fare caso. Questa volta, però, hanno mandato un ordine di uccisione via posta a casa mia: “ti accoglieremo a Kabul con un kamikaze carico di esplosivo”. Hanno tempestato di telefonate minatorie i miei genitori, che sono dovuti scappare da Kabul a Bamyan, coperti da un burqa, per non essere riconosciuti. Da allora ho perso le loro tracce e non so nemmeno se sono vivi”.
Quello che ha scatenato la furia fondamentalista contro di lui e la sua famiglia è stato il progetto di un film che il regista non ha nemmeno iniziato a girare. Si tratta di Keys to paradise, una pellicola che denuncia la follia dei suicidi talebani in nome della religione islamica e l’ignoranza grazie alla quale si è sviluppato l’estremismo religioso. Ora Amin si trova a Milano, dove ha ottenuto asilo politico per sei mesi e da dove lancia un appello: “Voglio continuare i miei studi di cinema e concludere il mio film. In un modo o nell’altro lo girerò, promesso”.












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