Luca Ward: “Il cinema è una casta e il doppiaggio sta scomparendo”

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Luca Ward al Giffoni Film Festival 2010

Abbiamo incontrato Luca Ward al Giffoni Film Festival 2010, il Festival del cinema per Ragazzi in programma a Giffoni Valle Piana (SA) fino al 31 luglio. La voce più calda e popolare del doppiaggio italiano ha incontrato i giovani giurati del festival e ha fatto il punto sulla situazione del doppiaggio cinematografico e televisivo nel nostro Paese, a lungo (e giustamente) considerato il migliore del mondo. Ma il progressivo taglio dei costi e la contrazione dei tempi di lavorazione sta corrompendo il nostro primato, anche perché sempre più spesso i giovani doppiatori non hanno esperienza teatrale. In un’appassionata conferenza stampa Ward ha sottolineato anche la ‘precaria’ situazione del nostro cinema: seguiteci dopo il salto.

Ormai c’ho cinquant’anni e non mi tengo più un cecio in bocca“: così Luca Ward, con una spontanea pronuncia romanesca, spiega i motivi della sua accalorata e appassionata conferenza stampa al Giffoni Film Festival 2010, ospite della quinta giornata del Festival del Cinema per Ragazzi. Non si poteva che partire dalla situazione del doppiaggio in Italia, un’arte che ci ha visto per decenni protagonisti su scala mondiale e che ora rischia di scomparire, fagocitata dalla scarsità di tempo e di denaro a disposizione: e lui, figlio d’arte e voce dei più grandi attori hollywoodiani, non può che soffrire di questa progressiva caduta agli inferi di una componente essenziale del cinema, con la quale spesso si son ‘salvate’ opere e attori d’oltreoceano. Ma lasciamo che sia lui a descrivere l’attuale situazione.

Allora Luca, qual è la situazione del doppiaggio in Italia?
Oggi non c’è più tempo per i doppiaggi: ti costringono a fare un film in una settimana, addirittura si arriva a incidere le serie tv senza neanche guardare le bobine. Con tempi così risicati non c’è modo di interpretare i personaggi e si finisce avere voci senz’anima, senza spessore. Un tempo i registi, le produzioni sceglievano una voce e se per caso era impegnata l’aspettavano, perché cercavano ‘quella’ voce: ora se sei indisponibile scatta ‘avanti un altro’. I film non vengono più doppiati ma tradotti. E la cosa triste è che anche il pubblico, abituato magari alle voci fredde e commerciali della pubblicità – realizzate con speaker milanesi che si fanno pagare una miseria -, non se ne accorge neanche più”.

Qualche anno fa invece il pubblico era ipercritico anche su questo aspetto…
Certo! Ricordo ancora quel che successe con Rain Man: Dustin Hoffman e Tom Cruise erano doppiati da Ferruccio Amendola e Roberto Chevalier, due maestri, due mostri sacri, ma la produzione voleva che Valeria Golino si doppiasse da sola. L’incisione fu bloccata al primo anello: il direttore del doppiaggio chiamò la produzione chiedendone la sostituzione perché ‘stonava’ terribilmente con le voci maschili, ma dagli Usa furono irremovibili. E le polemiche in sala non mancarono. Ora qualcosa la vedo sui blog, su Internet, dove spesso si raccolgono le ‘orecchie’ più critiche, altrimenti…

Oltre ai tempi e ai costi sempre più ridotti c’è anche un problema di talenti e di voci?
In un certo senso sì: con tempi del genere i giovani non hanno più tempo di imparare. Ricordo una volta, avrò avuto 15/16 anni, in cui il direttore del doppiaggio mandò tutti a casa e mi tenne una giornata intera in studio per provare una risata. Una cosa del genere adesso è impensabile“.
In più forse c’è un problema di carriere…
Sì, perché nel doppiaggio sono sempre meno gli ‘attori’, quelli che vengono dal teatro: che attore sei se non hai mai calcato le tavole di un palcoscenico? Una situazione che non è solo del doppiaggio, ovvio: ci sono certi attori di cinema e fiction che non hanno mai fatto, e non faranno mai, teatro.. e allora che attore sei? La difficoltà maggiore la ritrovo nella generazione dei 30/35 anni: sono tutti anonimi, con qualche rara eccezione. Addirittura fai fatica a capirli: in sala spesso si parlotta perché si chiede al vicino ‘Scusa, ma che ha detto?’. Hanno paura della battuta, la dicono in fretta… ma come? E’ il tuo momento, goditelo! E invece si mangiano le parole…“.

Insomma la scuola italiana sta scomparendo?
Se la situazione va avanti così… non mancano certo i bravi attori e doppiatori: mi vengono in mente Emanuela Rossi, Massimo e Riccardo Rossi, tra i giovani Giorgio Borghetti, e Francesco Pannofino. Sono voci che restano proprio perché vengono dal teatro. Sono attori, prima di essere doppiatori – figura che peraltro in Italia non è riconosciuta -: a Pannofino puoi chiedere la luna e te la dà proprio perché sa stare su un palcoscenico“.

I tuoi miti?
Senza dubbio Pino Locchi, che ha doppiato Sean Connery: un caso in cui la voce è perfettamente adatta alla faccia. Ma anche Peppino Rinaldi… Voci che hanno lasciato un segno: se vi mettessi di spalle e vi facessi sentire i doppiaggi di Locchi e Rinaldi riconoscereste subito l’attore… una cosa sempre più rara oggi“.

Hai conquistato la popolarità, già indubbia come doppiatore, soprattutto con le serie tv, da Centovetrine a Elisa di Rivombrosa: ma a quando il grande cinema?
Quale cinema? Vedere il nostro cinema ridotto così, senza mercato internazionale è davvero triste, noi che abbiamo davvero insegnao il cinema a tutti. Preferisco fare cinema indipendente… anche il cinema è una casta, dove lavorano sempre gli stessi attori. E’ il sistema che non funziona, che esclude i talenti più giovani, che spesso hanno idee e capacità, ma che vengono bloccati in uno stanzino di merda e messi a fare gli sceneggiatori, a fare bassa manovalanza. L’Italia è fatta di caste e anche il doppiaggio è una casta: io continuo a scardinare il sistema dall’interno, chiamando giovani sconosciuti, ma di qualità. Io non faccio molte direzioni di doppiaggio, ma quando le faccio voglio che lascino il segno“.

A Giffoni sarà ospite Samuel L. Jackson, che hai doppiato, tra l’altro, anche in Pulp Fiction...
Una grandissima esperienza, una di quelle in cui ti giochi una carriera: il film era in slang, i personaggi li conoscete, ma allora Cecchi Gori ci dette carta bianca, con preventivi e consegne aperte. Ci diede tutto il tempo che volevamo e costruì la migliore squadra possibile, tra traduttori, dialoghisti, direttore di doppiaggio… era il 1994 e allora si lavorava così“.

Lo incontrerai qui, allora?
“Per carità - scherza Ward – lui crede che io sia uno di colore naturalizzato italiano! Quando parlai con Tarantino, che poi mi scelse, mi chiese ‘Ma sei nero?’ e io ‘Sì, sì…’. E Jackson è convinto che a doppiarlo sia stato uno di colore… meglio non farglielo scoprire!“.

Ven 23/07/2010 da Giorgia Iovane

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